A cosa serve un Pd riformatore

Il Partito democratico è spaccato, e la parte più grande non è quella riformista. Anche se, sul pareggio di bilancio, il Pd ha mitigato i toni rispetto a quelli barricaderi dei giorni scorsi, è sulla libertà d’impresa che le frange antieuropeiste vincono per Ko. E’ questo il risultato che emerge dalla lettura in controluce dell’intervento di ieri del segretario, Pier Luigi Bersani, alla riunione congiunta delle commissioni Bilancio e Affari costituzionali di Camera e Senato.
12 AGO 11
Ultimo aggiornamento: 12:31 | 8 AGO 20
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Il Partito democratico è spaccato, e la parte più grande non è quella riformista. Anche se, sul pareggio di bilancio, il Pd ha mitigato i toni rispetto a quelli barricaderi dei giorni scorsi, è sulla libertà d’impresa che le frange antieuropeiste vincono per Ko. E’ questo il risultato che emerge dalla lettura in controluce dell’intervento di ieri del segretario, Pier Luigi Bersani, alla riunione congiunta delle commissioni Bilancio e Affari costituzionali di Camera e Senato. L’ex ministro dello Sviluppo economico non ha abbandonato gli accenti populisti, per esempio, sulle tasse ai “ricchi” (“chi ha di più deve dare di più”, ha detto Bersani, come se qualcuno sostenesse il contrario). Il dato politico principale, comunque, resta la timida apertura sulla riforma dell’articolo 81 della Costituzione. L’approccio è stato un po’ cerchiobottista, ma almeno il pareggio del bilancio sembra essere accettato e la discussione si sposta sulle tecnicalità. Per il segretario, “se il governo parla di misure per rafforzare la disciplina della finanza pubblica, noi andiamo a nozze. Ma il ragionamento sia flessibile”.

E’ ovvio che qualche elemento di flessibilità è doveroso, se non altro per tener conto degli andamenti ciclici del pil, della spesa e delle entrate. E’ altrettanto importante delimitare con nettezza gli ambiti di applicazione e l’estensione di tale “flessibilità”, perché non sia lo strumento per rovesciare il principio stesso della riforma. Bersani è stato invece evasivo sul rapporto con Bruxelles, insistendo sulla “misteriosa” lettera inviata a Palazzo Chigi da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, ma evitando di entrare nel merito dei suoi arcinoti contenuti. Per esempio ha esortato a intervenire “su tutta l’area della pubblica amministrazione. Partiamo domani mattina e facciamo il dimezzamento del numero dei parlamentari. Di lì in giù, occupandoci di piccoli comuni, accorpamento delle province e via dicendo”. Purtroppo, il Pd finora non ha dato il buon esempio, come nel caso del voto contrario all’abolizione delle province. Tranchant, infine, sulla riforma dell’articolo 41 della Carta, indispensabile a sciogliere i lacci e lacciuoli che imbrigliano le nostre imprese: “Non venitecene a parlare. E soprattutto, vogliamo che le riflessioni sugli interventi sulla Costituzione per affrontare la crisi non siano un diversivo: qui dobbiamo decidere”.

Bersani ha ragione:
dobbiamo decidere, e – data la portata delle riforme richieste – sarebbe auspicabile che le decisioni fossero condivise. Solo che è complicato trovare una condivisione con chi è d’accordo genericamente su tutto e ha posizioni assolutamente rispettabili in punto di principio, ma al tempo stesso avversa ogni provvedimento concreto e, nel merito dei problemi, gioca puntualmente nel campo dello status quo.